Le opere di Antonio Smareglia fino all’anno 1895
1.jpg

Istintivamente, Antonio Smareglia fu portato alla musica. Di questo istinto testimoniano i suoi primi tentativi nel comporre, ancor privo di ogni insegnamento, quando fu mandato agli studi tecnici a Vienna e a Graz. I suoi lavori di questo periodo sono andati perduti. Ma non dovevano essere tanto dappoco se gli permisero di comporre una Messa a più voci che fu eseguita con successo nel Duomo di Pola ed un’Ave Maria che lo fece accettare, quale allievo privato - prima - e quale interno - poi - dal grande Franco Faccio, direttore d’orchestra e docente al Conservatorio di Milano. I suoi primi “saggi” documentabili restano comunque quelli legati agli studi al Conservatorio milanese, dai “compiti di armonia e contrappunto” alla “scena lirica” Caccia lontana che - sia pur denunziando chiare derivazioni da Mendelssohn - fu largamente apprezzata dal pubblico e dalla critica. Di tale periodo anche l’ouverture sinfonica Leonora (dalla ballata del Bürger) che, dalla sala del Conservatorio milanese, spiccò il volo fino a Parigi dove rappresentò la musica italiana all’Esposizione mondiale, sotto la direzione di Franco Faccio e fu assai apprezzata anche dal grande Gounod. Un brano da riproporre ancor oggi nei programmi sinfonici.


2.jpg

Il suo battesimo operistico ufficiale avvenne con Preziosa, dramma lirico in tre atti, d’ambientazione gitano-spagnolesca, al Teatro Dal Verme di Milano. Il taglio è ancora “verdiano” ma con distinte notazioni personali. Il successo di quest’opera gli frutta la commissione d’una nuova opera dall’Editrice Lucca di Milano: Bianca da Cervia, dramma lirico in 4 atti su libretto di Francesco Pozza (sotto lo pseudonimo di Fulvio Fulgonio) che va in scena alla Scala. Ambientata in Romagna, all’epoca di papa Gregorio VII, Bianca è una vicenda di seduzione e d’esilio che fa perno sulla cosiddetta “Legge di Matilde” allora colà vigente. Qui la porsonalità di Smareglia è ancor più presente, specie sul piano psicologico e vi si notano molte belle pagine che il Maestro rimaneggerà in altri lavori. Il successo è testimoniato da ben 12 repliche.


3.jpg

Segue Re Nala, melodramma in quattro atti, su libretto di Vincenzo Valle, che va in scena alla Fenice di Venezia. Poeta e musicista qui si ispirano al poema indiano Mahabharata ripreso da una trilogìa di Angelo De Gubernatis. L’ambietazione è in India, nella casta dei Bramini, con congiure di palazzo e amori contrastati, troppo lontana dalle abitudini del pubblico d’allora. La musica assume spesso un carattere esotico-mistico, rivelando una tendenza che Smareglia approfondirà negli anni e sfocerà nell’affresco sonoro descrittivo della “trilogìa benchiana”. L’esito è deludente, anche per carenze esecutive, e Smareglia la lascerà perdere, riprendendone qualche bella pagina in lavori successivi.


4.jpg

Segue il dramma lirico in tre atti Il Vassallo di Szigeth, su libretto di Luigi Illica e Francesco Pozza, con debutto al Teatro Imperiale di Vienna. L’ambientazione è ungaro-tzigana e la vicenda è a tinte fosche e crude: un melodramma vecchio stile, con tutti gli attributi del genere, che sortisce clamoroso successo e viene subito ripreso al Metopolitan di New York. Il potentissimo editore Ricordi annusa l’”affare” ed offre un contratto d’esclusiva a Smareglia che però il Maestro rifiuta con la scusa di ritenerlo “poco remunerativo”. In realtà Smareglia, che aveva ben altri ideali, temeva che l’Editore volesse “congelarlo” nelle formule “postverdiane” di successo. Da questo rifiuto smaregliano data l’avversione dei Ricordi per Smareglia che tanto peserà negativamente sulla diffusione dei lavori smaregliani. Del Vassallo un brano assai notevole sono le Danze Ungheresi, variamente riprese nella loro versione per due pianoforti, delle quali è anche raccomandabile la versione sinfonica originale.


5.jpg

Reduce dai successi di Vassallo, Smareglia si imbatte in una biografia romanzata del seicentesco pittore fiammingo Cornill Schut in cui è adombrato il contrasto fra l’aspirazione all’assoluto dell’Arte ispirato dall’Amore e la corruzione del successo e della carne. Tale pittore non fu particolarmente illustre, ma Smareglia si immedesimò in tale figura anche per “assonanze” personali. Così prospetta a Luigi Illica un canovaccio d’azione ed Illica gliene sforna un libretto in tre attti che, pur non essendo un capolavoro, funziona e lo entusiasma. Nasce così la nuova opera, nella sua prima stesura titolata Cornill Schut. Vede la sua prima rappresentazione nel 1883 al Teatro Boemo di Praga, in lingua ceca, cui segue, in versione tedesca, la rappresentazione al Teatro Reale di Dresda. Il successo, in entrambe le sedi, è clamoroso ed appassionato, con scene di autentico trionfo anche fuori dei teatri. Qui, per la prima volta, Smareglia applica il suo ideale di globale “affresco” musicale dove anche la più piccola inflessione del testo cantato è immersa nella musica e non esistono “riempitivi” convenzionali di collegamento all’azione.


6.jpg

Anche la frase più banale del testo proviene da una concezione squisitamente musicale, donde, talvolta, un prolungamento dei tempi dell’azione in ossequio alle ragioni della musica. Smareglia inseguiva l’ideale del “teatro musicale totale”, non fatto di “recitativi” e di “arie” e squarci sinfonici, ma completamente dettato dalle ragioni della musica. L’autoidentificazione nel personaggio - che riteneva troppo trasparente - lo indusse poi, dopo una revisione dell’opera portata a termine nel 1917, a mutarne il titolo in Pittori fiamminghi, più largamente comprensivo d’un ambiente e d’una “corporazione” artisticoprofessionale che incentrato su una “sola” personalità. Visto anche che il problema “etico” che tendeva ad esplorare non lo riteneva “solo” un problema del signor Cornill ma un problema generalizzato della generalità artistica ed intellettuale, sempre combattuta fra la rettitudine (che non paga in oro e fama) ed il compromesso (che paga col successo ma inaridisce il sentimento). Vi ricicla anche del materiale usato in Bianca da Cervia, che immette ardori autenticamente giovanili. Qui Smareglia chiede anche ai cantanti un vero e proprio impegno “sinfonico” forzando le “regole della vocalità”, per ottenere più intensa espressività piuttosto che “belcantismo” piacevolmente edonistico. Le fortune ed i successi di Cornill Schut non mettono Smareglia al sicuro dai capricci della sorte. Credendossi “uomo d’affari infallibile”, a somiglianza del padre Francesco ottimo amministratore del suo patrimonio e dei suoi commerci, s’ingolfa in speculazioni sbagliate e l’avidità di lestofanti lo riducono ben presto al lastrico. Donde un precipitoso rientro a Dignano, cittadina dei suoi avi, dove si rifugia nella casa paterna. Ed è proprio a Dignano che, in brevissimo tempo, scriverà Nozze istriane, il più fortunato, rappresentato e popolare dei suoi lavori operistici. Proprio a Dignano aveva chiamato il suo librettista Luigi Illica. Smareglia era ansioso di rimettersi al lavoro.


7.jpg
Secondo le sue intenzioni, si sarebbe dovuto trattare d’un’opera di grande impegno musicale, filosofico e religioso. Aveva messo gli occhi su “La tentazione di Sant’Antonio” di Flaubert per approfondire quel filone “etico” che aveva iniziato ad esplorare con Cornill ed al quale sarebbe tornato con le sue tre ultime opere (Falena, Oceana e Abisso). Non si rendeva conto che sarebbe stato impossibile condensare il vasto poema di Flaubert in un agile e svelto libretto d’opera. Se ne rese ben conto invece l’Illica che, per spegnerne gli ardori flaubertiani, adottó l’infallibile metodo del “chiodo scaccia chiodo”. Gli venne in soccorso l’ambiente pittoresco e ricco di tradizioni popolari di Dignano ed in particolare lo conquistarono le vecchie storie e le ballate che Nicoletto Smareglia, parente di Antonio, gli andava sciorinando, accennando anche a versi e canzoni tradizionali. Nicoletto, di mestiere ciabattino, rappresentava la memoria storica della tradizione dignanese ed era arguto improvvisatore e cantastorie.

8.jpg

Da una vecchia storia “vera” dignanese nacque così il libretto di Nozze Istriane che incontrò l’assenso, fra il divertito e l’irritato, del Maestro al quale soprattutto premeva di rimettersi a scrivere una nuova opera, se non altro per “scacciare la malinconia”. Forse Smareglia mai si rese conto d’aver, con Nozze, scritto un gioiello di capolavoro. Lo definiva infatti un’”operina”. Però vi lavorò freneticamente, con convinzione e trasporto. In meno di cinque mesi il lavoro fu sbozzato di getto, iniziando dalla partitura.

 

Nella sua musica inserì precisi spunti diretti dignanesi, come l’intonazione delle campane della chiesa madre, lo sviolinare del sensale di matrimoni, la tipica “bottonada” (bitinada o bottonata), qualche andamento danzate, le modalità glagolitiche dei montenegrini del Prostimo, il richiamo di Peroj.

 

Tutto ciò, in epoca di “verismo” trionfante, fu erroneamente assimilato al movimento “verista”, specie italiano. Nulla di più errato e fuorviante. Se dobbiamo trovare “parentele spirituali” è il caso piuttosto di pensare a Dvořák e a Smetana. Anche perché, pure qui, il clima non è da storia di “corna“ private ma di affresco quasi “sacrale”. Dove la sacralità è data dall’ossequio a tradizioni e riti che suonavano come “comandamenti”. Dalla “stretta di mano” alla “promessa d’amore”. Leggi non scritte ma scolpite nella coscienza. Circa le fortune di Nozze, basti la Sinossi che completa questa pubblicazione.


Fabio Vidali